TFR

 

Il TFR o Trattamento di Fine Rapporto è una somma, accantonata durante la vita lavorativa, corrisposta al lavoratore nel momento in cui cessa il rapporto di lavoro subordinato. Il trattamento di fine rapporto è regolato dall’articolo 2120 del Codice civile, è noto anche come liquidazione o buonuscita.

Il TFR viene corrisposto indipendentemente dai motivi che hanno determinato la fine del rapporto di lavoro subordinato. Viene, erogato nel momento in cui il dipendente:

viene licenziato;
si dimette;
cessa la propria attività perché l’azienda è fallita;
firma la risoluzione consensuale del contratto insieme al datore di lavoro;
muore.

Il Trattamento di fine rapporto è stato istituito dalla legge 297/1982 ed ha subito modifiche in materia di previdenza complementare con la legge 252/2005.

Il TFR maturato viene considerato una garanzia nel caso di prestito dipendenti.

Il TFR può essere utilizzato in diversi modi secondo le esigenze del lavoratore. Un dipendente può decidere di mantenere il trattamento di fine rapporto in azienda in modo che rappresenti la sua liquidazione al termine del rapporto di lavoro o può anche scegliere di versarlo ad un fondo di previdenza complementare in modo da assicurarsi una pensione integrativa. Quest’ultima opzione farà sì che il lavoratore possa fruire della deducibilità fiscale dei contributi versati.

Il dipendente può scegliere di non accantonare il TFR ma di ottenerlo ogni mese in busta paga. Quest’opzione, introdotta dalla Legge di Stabilità del 2015, permette al lavoratore di avere una maggiore retribuzione. L’anticipo in busta paga non può superare del 70% la quota di TFR mensile. Si tratta di una scelta non molto conveniente perché aumenta il livello di tassazione. Il TFR, percepito al termine del rapporto di lavoro, non viene cumulato invece con il reddito ed è soggetto a tassazione separata.

Solo per alcuni casi, stabiliti dalla legge 297/82, il dipendente può chiedere un anticipo del TFR ma l’acconto non dovrà essere superiore al 70% del TFR maturato. Le motivazioni specifiche per richiedere un anticipo del TFR sono:

acquisto o costruzione della prima casa per sé e per i figli;
congedo facoltativo di maternità;
spese mediche straordinarie e necessarie.
Come si calcola
Il trattamento di fine rapporto si calcola in base a due elementi: lo stipendio del dipendente e la durata dell’impiego. Per il calcolo del TFR bisogna dividere, infatti, per 13,5 un importo equivalente – e mai superiore – alla retribuzione annua lorda del lavoratore. Maggiori saranno gli anni di servizio e maggiore sarà l’importo del TFR. Il TFR netto va calcolato, sottraendo dal TFR lordo il contributo Inps pari allo 0,5%. Il diritto al TFR si prescrive in cinque anni, i quali vengono conteggiati a partire dal giorno in cui cessa il rapporto di lavoro.

Se c’è insolvenza da parte della ditta, il TFR può essere anche recuperato mediante il fondo di garanzia INPS.

 

Come si calcola il TFR?

La retribuzione base per il calcolo del TFR, salvo diversa previsione dei contratti collettivi, è costituita da tutti gli elementi retributivi aventi natura tipica, normale e ripetitiva nel rapporto di lavoro minimo contrattuale, aumenti periodici di anzianità, superminimi, indennità di maneggio denaro, maggiorazione turni, straordinario fisso ripetitivo, premi presenza, valori convenzionali mensa, indennità per disagiata sede, importi forfettari, cottimo, provvigioni, premi e partecipazioni, prestazioni retributive in natura, altre somme riconosciute e corrisposte a titolo non occasionale, esclusi i rimborsi spese.

Il conteggio del TFR avviene sommando per ciascun anno di lavoro una quota pari all’importo della retribuzione, dovuta per l’anno stesso, divisa per 13,5. L’importo accumulato progressivamente, eccetto quello dell’anno, viene rivalutato al 31 dicembre di ogni anno con un tasso fisso dell’1,5% più il 75% dell’aumento dell’indice Istat dei prezzi al consumo (inflazione) rilevato per l’anno precedente.

Facciamo un esempio. Il sig. Verdi, lavoratore dipendente, viene assunto l’1 gennaio con uno stipendio annuo lordo di 25.000 euro. Al 31 dicembre il calcolo per l’accantonamento del suo TFR sarà:

20.000 euro: 13,5 = 1.481,48 euro (TFR al termine del primo anno di lavoro).

Al 31 dicembre dell’anno successivo, si procederà nuovamente al calcolo. Ipotizziamo che il sig. Verdi abbia percepito lo stesso stipendio e che l’aumento dell’indice Istat dei prezzi al consumo, rispetto all’anno precedente, sia stato dell’1%.

Quota annua = 20.000 euro: 13,5 = 1.481.48 euro

Rivalutazione = 1.481,48 x 2,25% [1,5% + 0,75% (1% x 75%)] = 33,33 euro

Totale accantonamento TFR= 1.481,48 +1.481,48 + 33,33 = 2.996,29 euro

L’importo calcolato è lordo, in quanto comprensivo delle tasse dovute. In particolare, il TFR è soggetto a tassazione separata (vale a dire senza cumularsi con le imposte sul reddito) per cui la somma totale è assoggettata ad un particolare trattamento fiscale.

Il TUIR (Testo unico imposta sui redditi) all’art.19 stabilisce le regole per quanto riguarda le indennità percepite dopo l’1 aprile 2008. La materia infatti è stata frequentemente oggetto di modifiche, e pertanto non risulta agevole, a prima vista, effettuare il calcolo di quanto sia dovuto in termine di imposte all’erario.

In base alla normativa attuale le quote di TFR che sono maturate a partire dall’1 gennaio 2001 sono imponibili solo per la quota capitale, senza quindi considerare le rivalutazioni annuali, che sono soggette a un’imposta sostitutiva (attualmente il 17%) versata anno per anno al fisco. In generale, l’obbligo per il datore di lavoro di effettuare la ritenuta ai fini fiscali sorge al momento in cui il TFR viene erogato al lavoratore. In ogni caso, la data dell’1 gennaio 2001 fa da spartiacque, considerando che le somme maturate prima di tale data sono disciplinate in modo diverso, da quelle maturate dopo. Infatti, le quote maturate fino al 31 dicembre 2000 sono interamente tassate dal datore di lavoro, mentre le altre sono assoggettate solo a ritenuta provvisoria da parte del datore di lavoro, in quanto sarà poi l’amministrazione finanziaria ad effettuare il calcolo definitivo dell’imposta dovuta.

 

L’aliquota IRPEF sul TFR


Data la base imponibile totale del TFR occorre determinare l’aliquota media. L’aliquota media è quella a cui è stata sottoposta le retribuzione del lavoratore negli ultimi 5 anni ai fini della tassazione Irpef. Per i rapporti di lavoro con durata inferiore ai 2 anni e per i TFR che hanno un reddito di riferimento non superiore ai 30 mila euro, con diritto che sorge a partire dall’1 aprile 2008 sono previste detrazioni particolari.

Inoltre, viene applicata una particolare riduzione sull’importo totale da versare all’erario.

Tali riduzioni sono pari a:

70 euro qualora il reddito di riferimento non superi i 7.500 euro;
50 euro più 20 euro x (28mila euro – reddito di riferimento)/20.400 euro se l’ammontare del reddito di riferimento è comunque superiore a 7.500 euro, ma non a 28mila euro;
50 euro x (30 mila euro – reddito di riferimento)/20.500 euro, se il reddito di riferimento è superiore a 28mila euro, ma non a 30mila euro.


Successivamente a tali operazioni gli uffici dell’Agenzia delle Entrate riliquidano l’imposta dovuta in base all’aliquota media di tassazione dei 5 anni anteriori alla cessazione del rapporto di lavoro, e se la differenza di imposta non pagata supera i 100 euro emettono un avviso di pagamento al diretto interessato. Se il datore di lavoro ha effettuano una trattenuta maggiore del dovuto: in questo caso, gli uffici finanziari rimborseranno il maggiore credito.

 

L’anticipo del TFR


In caso di necessità è possibile ottenere un anticipo sul TFR maturato. L’ambito in cui è possibile viene definito dalla normativa (art.2120 codice civile), per cui le somme percepite a titolo di anticipazione non possono mai eccedere, complessivamente, il 75% del totale dei versamenti.

I requisiti per ottenerlo sono:

rapporto di lavoro subordinato continuativo da almeno 8 anni;
misura massima del 70% dell’importo del TFR maturato in azienda;
una sola possibilità di richiesta.
Le richieste sono soddisfatte annualmente entro i limiti del 10% degli aventi titolo e comunque del 4% del numero totale dei dipendenti.

La contrattazione collettiva può prevedere norme più favorevoli. I contratti collettivi possono stabilire criteri di priorità per l’accoglimento delle richieste di anticipazione. Un patto individuale tra azienda e dipendente consente di anticipare il TFR al lavoratore anche in mancanza dei requisiti. Il datore di lavoro, se vuole, può erogare l’anticipo del TFR anche per più di una volta nel corso del rapporto di lavoro, in presenza di patti individuali è possibile derogare alla disciplina generale con ampia libertà per le parti.

La richiesta di anticipo, da formulare per iscritto, deve essere giustificata dalla necessità di:

a) eventuali spese sanitarie per terapie e interventi straordinari riconosciuti dalle competenti strutture pubbliche;

b) acquisto della prima casa di abitazione per sé o per i figli, o ristrutturazione straordinaria della casa di proprietà;

c) congedi per astensione facoltativa di maternità, formazione e formazione continua anche aziendale.

Anche le somme rogate a titolo di anticipo sono soggette alle stesse regole relative alla tassazione del TFR.

 

E’ possibile mettere il TFR in busta paga?


 La Legge di stabilità 2015 (art. 1, comma 26 della legge n. 190/2014) prevedeva la possibilità per i lavoratori dipendenti del settore privato, con un’anzianità di almeno 6 mesi, di ottenere in busta paga, quindi mensilmente, un anticipo del trattamento di fine rapporto. Fino al giugno 2018 è stato possibile riscuotere la quota della liquidazione maturata mensilmente, unitamente allo stipendio. La scelta di farsi anticipare la liquidazione (estesa anche ai lavoratori che avevano optato per il versamento del trattamento di fine rapporto a un fondo pensione) era di competenza del lavoratore e, una volta manifestata, l’opzione non poteva essere revocata fino al 30 giugno 2018. A partire dall’1 luglio 2018, la possibilità di ottenere il TFR in busta paga è stata abolita: ad annunciare lo stop definitivo il messaggio INPS n.2791 del 10 luglio 2018.

 

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